Rivoluzione d’Ottobre

Brano tratto dalla Sentenza che la Corte d’Appello di Potenza pronunciò il 27 maggio 1862 sui fatti occorsi in quei drammatici giorni precedenti il Plebiscito del 21 ottobre 1860 ad Episcopia.

Furono autori di tali eccessi ben ventinove persone, tra uomini e donne.

A Raffaele Iannibelli fu tirato un colpo di fucile che non ebbe il suo effetto per opera del Capitano Frabasile.

Antonio Zafferano che sul principio si era colluttato con Prospero Cocchiararo, andò in cerca dello stesso, e poiché ritenne che si fosse ricoverato in casa del capitano Frabasile, fece circondare la medesima e poiché il Cocchiararo si diede a fuggire, gli fu tirato alle spalle un colpo di fucile da Giuseppe Bianco, senza che fosse stato offeso.

In tal mentre la orda si divise in frazioni e ciascuno si fece ad assaltare la casa dei noti liberali, dei galantuomini e dei preti e Prospero Zafferano si recò in casa di Nicola Forte onde maltrattarlo sol perché lo stesso aveva affigiato lo stemma di Savoia sulla bandiera tricolore, ed avendovi rinvenuto invece un tale Nicola Lentini, col codarcio del fucile gli tirò diversi colpi sul muso da fargli cadere tre denti incisivi che gli fecero sfregio.

Dopo questi fatti cominciò la scassinazione ed il guasto in molte case e precisamente in quelle dei fratelli Don Nicola e Don Pietro Lo Fiego, dei germani Crispino. Non mancarono i sediziosi di proclamare sindaco Don Francesco D’Agri, e secondo eletto Pasquale Cafaro e con queste autorità ed in vista delle imponenti forze che stavano alle mura del paese si divenne alla stipula di una convenzione, con cui i sediziosi si obbligavano a proteggere i liberali al cospetto del Borbone ed i liberali garantire essi col governo.

Non pertanto le cose furono per altri tre giorni regolate da Zaffarano, D’Agri e Cafaro che cessarono, poi, dalle funzioni, solo all’annuncio delle forze nazionali che arrivavano per rimettere ordine.

Nel dì 21 Ottobre 1860, in occasione del Plebiscito, una sorda voce si levò nel popolo di Episcopia con cui si minacciava di innalzare degli evviva a Francesco Borbone e abbasso a Vittorio Emanuele e Garibaldi.

Ma le guardie spianarono i loro fucili contro quei pochi sollevati e così il tumulto fu spento. La votazione ebbe il suo completamento, ma verso le ore 20 una novella d’allarme contristò i buoni, dicendosi che dalle fiere di Carbone celebrate in quel giorno venivano centinaia di persone per dare Episcopia alla rivolta.

In tal mentre Antonio Zaffarano tentò di iniziare il movimento e scontrandosi con Prospero Cocchiararo voleva disarmarlo del fucile. Divenne una colluttazione e Zaffarano si trasse in tasca un lungo coltello teso. Allora corse il capitano Don Angelo Frabasile, il quale col calcio del fucile percosse lo Zaffarano e così ebbe termine la seconda tentata reazione.

Poco dopo l’orda suddetta, accresciuta dai sopravvenuti di Carbone, con bandiera bianca piegata che si portava da Egidio Durante, giunta nell’abitato diede il grido di “Evviva Francesco II! Abbasso Vittorio Emanuele! E Garibaldi! Morte ai galantuomini” ed in tale tratto si diedero a chiamar gente per far crescere il subbuglio. Antonio Zaffarano insieme a Lucantonio La Rocca di Carbone, trovando il sacerdote Don Vincenzo Cocchiararo d’innanzi la casa, lo aggredirono e lo Zaffarano toltogli il fucile che portava, con grave colpo di testa lo stese a terra e il La Rocca dal suo canto si fè del pari a maltrattarlo.

A stenti il Cocchiararo fu ricondotto in casa ed in tal mentre Maria Rosa Zaffarano gli tirò un colpo di scure da recidergli il capo, che miracolosamente diè sulla soglia. Poco dopo fatto la casa di quest’ultimo che è comune a quella del Capitano nazionale Frabasile, un’orda si presentò armata di fucili, di scuri e di spiedi e non uno solo si rimase dallo scagliare pietre, una delle quali ferì nel volto il Frabasile e tutti si fecero a scassinare a colpi di scure il portone che era stato chiuso dopo il fatto precedente, in questo mentre si tirarono dei colpi di fucile contro il loggiato ove si trovava il prefato Frabasile.

I pervenuti, armati, si appostarono in diversi punti per tirare contro del Capitano ove si fosse affacciato.

Bianco scaricò il suo fucile, ma il colpo andò perduto per essere stato deviato da persona che gli stava dappresso, dopo di che l’orde dei ribelli, guidate e dirette dai fratelli Antonio e Prospero Zaffarano atterrarono il portone.

La casa del Crispino fu del pari invasa, come si è detto, dopo di essere stata scassinata a colpi di scure, mentre altri dalla parte del giardino tiravano fucilate all’interno. Poscia i medesimi penetrati in compagnia degli altri, percossero ed oltraggiarono i fratelli Crispino e si presero armi e munizioni.

Dalla casa di Prospero Cocchiararo, invece, presero un fucile e sette piastre in argento. Poi furono visitate e violentate le case di Don Giambattista e Don Raffaele Iannibelli, Don Pietro De Salvo e Don Francesco Baracca, i fratelli Don Domenico e Don Salvatore Giura ed altri dove tolsero pure armi e munizioni.

S’inferirono maltrattamenti, si usarono minacce strappando i maggiori eccessi.

Si volle l’urna dei voti dati per il plebiscito, toltola dalla casa comunale; le schede furono disperse e distrutte da Prospero Zaffarano ed altri. Fu poscia invasa l’abitazione dei fratelli Don Pietro e Don Nicola arciprete Lo Fiego, fu scassinato il portone a colpi di scure e penetrandovi un numero di rivoltosi usarono contro le persone e le proprietà atti di violenza e di rapina, ruppero dei mobili.

Si impossessarono di una catena di argento con orologio, un portamonete ed altri oggetti, come pure incendiarono dei titoli di credito.

Altri penetrarono in altre case e con minaccia si fecero dare armi e munizioni che ottennero.

In tale operazione Giuseppe Salerno con un palo di cui era armato, ferì il Frabasile alla gola e forse l’avrebbe finito se non si fosse frapposto lo Zaffarano. Dopo ciò il Frabasile fu trascinato da quell’orda sulle strade per condurlo al posto di guardia. Ma imbattutosi in Antonio Zaffarano questi gli si avventò contro per ucciderlo, al che fuggì.

Allora Vincenzo De Lorenzo lo inseguì e col dorso della scure gli diede un colpo alla spalla sinistra e dopo gli tirò delle pietre che colpirono a segno. In tal mentre Pietro Arbia gli tirò un colpo di fucile, ma non si verificò lo scatto della capsula ed un altro ancora gli tirò un colpo di scure senza alcun effetto, mentre Antonio Calabrese di Francesco, afferrandolo per il petto della giacca gli disse d’esser giunta l’ora della sua vendetta.

Nello stesso tempo l’imputato defunto Gazzaneo con un colpo di palo in testa mise a terra Don Pasqualino Iannibelli che Pasquale Arbia di Saverio e Pasquale Bianco fu Saverio lo percossero in diversi modi. Nel conflitto si trovò anche Don Biagio Antonio Iannibelli.

Non paghi i sediziosi di tanto gusto, di tanto scompiglio e di tanta rapina, una parte di loro si recò per le campagne per accogliere ed accrescere gente al tumulto e per assassinare quei galantuomini che si erano posti in fuga.

Dopo tutto ciò per compiere il feroce e barbaro disegno, i sediziosi si trascinarono verso le ore 24 dello stesso giorno, dalle loro case al corpo di guardia gli infelici galantuomini e preti da essi tenuti. Catturati in questo

modo furono tradotti nel prefato luogo da Prospero ed Antonio Zaffarano, Pietro Bianco ed altri, col disegno di metterli a morte. Nella notte consecutiva tutti i sediziosi sopra menzionati, nonché Nicola Costanzo e Carmine Sofia insistevano perché fossero messi a morte tra le orge ed i canti.

Si discuteva qual morte dare a quei galantuomini. Finalmente Antonio Zaffarano a soddisfare la sua sete di sangue, voleva involare Don Urbano Papaleo ed avendolo legato si fè a trascinarlo fuori il quartiere per fucilarlo ma in quel momento si sparse la voce che giungeva della forza dai paesi vicini. Il Zaffarano corse ad assicurarsi e così il Papaleo poté camparsi la vita.

In quella notte terribile in cui pei galantuomini era delitto di vivere, Prospero Zaffarano voleva estendere la reazione in tutto il Circondario di Lagonegro onde dare in un giorno il colpo letale.

Fonte: “Episcopia, Storia e Storie” di Alberto Maria Viceconte – 2019 © Tutti i diritti riservati al Comune di Episcopia.

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